Siamo in grado di descrivere ciò che facciamo? Alla ricerca di una migliore evidenza di base

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Editoriale tratto dal Journal of Bodyworks & Movement Therapies (2014) 18, 315-316. Titolo “Can we describe what we do?” Autore Leon Chaitow, ND DO

Traduzione a cura di Giovanni Parravicini FT, DO MROI


Siamo in grado di descrivere ciò che facciamo?

Alla ricerca di una migliore evidenza di base

In un editoriale pubblicato sulla rivista Journal of Bodyworks and Movement Therapies nella sezione Fascia Science & Clinical Application, Paul Standley PhD ha osservato come le tecniche adoperate dai professionisti di terapia manuale differiscano nella denominazione risultando invece simili o del tutto uguali all’atto pratico. Per creare un’evidenza di base che descriva l’efficacia clinica di un trattamento l’obiettivo dovrebbe essere quello di creare un set di termini unificato (Standley, 2013)

La richiesta del Dr Standley non si basa su una semplice curiosità ma rappresenta la necessità di uno scienziato che cerca di dare delle risposte a domande ancora poco comprese. Insieme ai suoi colleghi Standley ha cercato di creare in laboratorio dei modelli di manipolazione per osservare le risposte cellulari conseguenti a stimoli biomeccanici di differenti (variabilità della durata, forza e direzione di una tecnica). Ovviamente per replicare una tecnica manuale in laboratorio bisogna conoscere le modalità con cui si applica la tecnica e quindi necessariamente descriverla.

È realmente possibile o è una richiesta troppo complicata?

 

Variabili

A parte l’allungamento, la compressione, il taglio e la torsione, un enorme insieme di variabili accompagna l’applicazione di una tecnica manuale. Per rispondere alle esigenze del Dr. Standley bisognerebbe considerare il tessuto coinvolto ed altri aspetti come:

  • Il grado e la/e direzione/i della forza
  • Manipolazione diretta (tecnica articolatoria o MET) indiretta (Counterstrain)
  • La velocità
  • Il range
  • Se il carico è costante, ritmico o variabile
  • La durata della tecnica
  • Se la tecnica è manuale o meccanica
  • Il numero di ripetizioni ove necessario
  • Variabili di temperatura
  • Obiettivo della tecnica: aumentare la circolazione, inibizione e/o altri possibili effetti riflessi

Sembra quindi che i dettagli di una singola manovra debbano incorporare dozzine o più descrittori. In una seduta di terapia manuale vengono applicate più tecniche e quindi diventa difficile se non impossibile replicare le manovre sulla base di molteplici elementi.


Conclusioni

Saban et al., 2014 hanno elaborato uno studio che combinava l’applicazione del massaggio profondo con la neurodinamica (includendo anche numerose forme di auto-trattamento) nel trattamento del dolore al calcagno.

“il massaggio profondo consisteva di 10 minuti di massaggio dei tessuti molli secondo Ciriax (1984), diretto verso aree dolorose del gastrocnemio. La tecnica è stata applicata trasversalmente alle fibre muscolari sia medialmente che lateralmente con una sufficiente rapidità e profondità fino ad ottenere una risposta algica alla pressione. Il terapista poteva scegliere di lavorare con i pollici o con altre parti del corpo, per esempio il gomito al fine di raggiungere aree più profonde”. Sono state inoltre descritti le varie metodiche di auto-allungamento in termini di variabilità e carico sopportato.

La richiesta del Dr. Standley di avere dei descrittori precisi per una tecnica manuale, in modo tale da riprodurre un modello in laboratorio, necessitano di maggiori dettagli come per esempio:

  • “Massaggio profondo”: quanto profondo? quanto rapido? quanta forza?
  • “Applicato trasversalmente alle fibre muscoli sia medialmente che lateralmente con rapidità e profondità”: Quante volte? In che sequenza? A quale velocità e che frequenza? Quando termina la tecnica?

Chaitow suggerisce come il metodo clinico proposto da Saban et al non sia errato ma semplicemente le variabili in gioco sono molteplici e possono dipendere dal momento, da caso a caso e possono essere influenzate dal terapista e dal tessuto coinvolto. Standley ha proposto la creazione di una “Stele di Rosetta” virtuale della metodologia terapeutica manuale. Questo non sarebbe, secondo Chaitow, impossibile ma richiederebbe un’attenzione considerevole per un periodo di tempo estremamente lungo.


Siamo pronti per questo compito?

 

Bibliography

Cyriax, J., 1984. Textbook of Orthopedic Medicine, eleventh ed., vol. 2. Balliere Tindall, London, pp. p9e10.

Meltzer, K.R., Standley, P.R., 2007. Modeled repetitive motion strain indirect osteopathic manipulative techniques regulation human fibroblast proliferation interleukin secretion. J. Am. Osteopath. Assoc. 107 (12), 527e536.

Meltzer, K.R., Cao, T.V., Schad, J.F., et al., 2010. In vitro modeling of repetitive motion injury and myofascial release. J. Bodyw. Mov. Ther 14 (2), 162e171.

Saban, B., Deutscher, D., Ziv, T., 2014. Deep massage to posterior calf muscles in combination with neural mobilization exercises as a treatment for heel pain: a pilot randomized clinical trial. Man. Ther. 19, 102e108.

Standley, P., 2013. My personal journey that led to the crossroads of interdisciplinary manual medicine research: serendipitous opportunities afforded a basic scientist. J. Bodyw. Mov. Ther. 17, 79e82.

Standley, P.R., Meltzer, K., 2008 Jul. In vitro modeling of repetitive motion strain and manual medicine treatments: potential roles for pro- and anti-inflammatory cytokines. J. Bodyw. Mov. Ther. 12 (3), 201e203.

Full text at:

http://leonchaitow.com/wp-content/uploads/2013/04/2014-Can-we-describe-what-we-do_.pdf


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