3 ragioni fondamentali per capire come funziona il tuo trattamento

3 ragioni fondamentali per capire come funziona il tuo trattamento

Perché i nostri pazienti si sentono meglio dopo un trattamento osteopatico? o fisioterapico? o dopo un massaggio? o l’agopuntura? o una manipolazione chiropratica? o dopo l’applicazione del kinesio-tape?

Vi sono delle ottime risposte a questi quesiti e la cosa più interessante è che spesso i terapisti non le conoscono, oppure se ne fregano! Forse i terapisti hanno “sentito” delle risposte buone ma ne preferiscono altre, sbagliate, meno plausibili secondo ciò che la scienza ci dice oggi.

Parlando di risposte poco plausibili: la manipolazione del sistema fasciale probabilmente non “rompe” le adesione del tessuto connettivo; le manipolazioni osteopatiche o chiropratiche non rimettono a posto una vertebra “spostata”; il massaggio profondo non libera tossine o scioglie contratture; l’agopuntura non esplica la sua funzione in base a meridiani o punti speciali, inserire aghi in zone random del corpo ha gli stessi effetti; alcune chirurgie sham (false) funzionano come quelle vere; gli esercizi di controllo motorio spesso riducono il dolore anche se il controllo motorio non è realmente cambiato.

Quanto riportato non significa che i trattamenti appena elencati non siano terapeutici per i nostri pazienti. Significa che non funzionano nel modo in cui vengono pubblicizzati, e ciò non vuol dire che sono dei placebo (parola difficile spesso usata fuori dal suo contesto reale).

Probabilmente il terapista ha un forte bias. Pensa che il suo trattamento sistemi disfunzioni all’interno di tessuti ignorando temi più complessi come: il sistema nervoso, immunitario ed autonomo, i quali essendo molto sensibili a stimoli minori hanno una grande influenza su come ci muoviamo e come ci sentiamo. Questo errore di fondo è dettato dal fatto che questi sistemi sono meno visibili, tangibili, o semplicemente poco approfonditi in università.

Io ho studiato come Rolfer e mi hanno insegnato che il Rolfing modifica la fascia. Così quando le persone si alzano dal lettino affermano di sentirsi più alti, o più bassi, o di avere meno dolore, queste sensazioni venivano spiegate al paziente dicendo che qualcosa era cambiato per il meglio.

Dopo aver condotto alcune ricerche sulla deformabilità della fascia in risposta ad una pressione manuale, ho deciso che questa non era una buona interpretazione alle mie osservazioni. Una spiegazione migliore coinvolge il sistema nervoso, che aggiusta costantemente la tensione muscolare, i pattern di movimento, la percezione, e la sensibilità al dolore in risposta ad informazioni sensoriali, includendo nuove informazioni neurologiche legate al movimento corporeo.

Di sicuro è un difficile apprendere che una nozione così centrale della tua formazione sia sbagliata. La buona notizia è che questo non significa che le persone non possano essere aiutate dai tuoi trattamenti. Questa è una questione completamente differente; così il mio comportamento era il seguente: ok, non riguarda la fascia, ma questo non significa che non possa aiutare le persone.

Ciò nonostante per molti Rolfer il senso di benessere dipende dalla fascia, per i chiropratici è legato alle sublussazioni, per i terapisti Reiki all’energia e per altri è alla postura, la forza, lo squilibrio muscolare o pattern di movimento.

Sicuramente alcuni diranno: “Non mi interessa come funziona il trattamento, io so che funzione e a chi importa perché?”

Ecco allora 3 ragioni importanti per conoscere come funziona il tuo trattamento

1. Se sai come funziona, puoi far sì che sia migliore

Questo dovrebbe essere ovvio, se sai dove si trova il tuo obiettivo, è più facile colpire il bersaglio.
Assumiamo che lo stretching o il massaggio lavori per creare un miglior range di movimento attraverso il rilassamento muscolare. (Abbastanza credibile, vero? Ed è supportato dalla ricerca!).

Ma se pensi che funzioni perché rompa le adesioni o allunghi fisicamente i tessuti potresti perdere la concentrazione sul fatto che i tuoi pazienti si stiano rilassando. Quando lavoro con qualcuno chiedo sempre “come lo senti?” ecco una risposta di quei pazienti che pensano sia tutto legato alla fascia: “non ti preoccupare, ho una soglia del dolore molto alta, fai quello che devi fare”.

E penso: “Bene, ho bisogno di sapere come lo senti perché è uno dei miei obiettivi primari”. Ma se il mio target è rompere le restrizioni fasciali o sciogliere muscoli allora non m’interessa conoscere le sensazioni della persona e non farò un lavoro così buono.

2. Conseguenze involontarie

Immaginate qualcuno con dolore al collo che decide di andare dal chiropratico. Gli viene spiegato che il suo collo è fuori posto, manipolato con un crack e messo a posto, e immediatamente si sente meglio. Qual è il problema se il paziente pensasse che la rimozione del dolore sia legata da una qualche forma di riallineamento?

Forse nel breve periodo non ci sarebbero problemi, ma delle false credenze potrebbero creare problemi nel lungo periodo.

Affermare che il dolore al collo tornerà nuovamente, porterà il paziente a pensare che il suo collo andrà di nuovo fuori posto e che avrà bisogno di un altro crack. In questo modo si lascerà sfuggire altre potenziali soluzioni come l’esercizio, il riposo o il movimento.
Se il dolore al collo continuasse, potrebbe sviluppare la credenza patologica che il suo collo sia fragile o instabile. Questo potrebbe avere un effetto nocivo, creando ancora più dolore e allontanamento dal movimento che genera salute. Ho visto molti pazienti con simili convinzioni e questo comporta tempo, soldi, ansia e confusione.

E non sto parlando dei pazienti dei chiropratici.

Ho visto persone che praticano yoga e che fanno sempre stretching; persone che fanno Pilates e che fanno sempre esercizi di stabilizzazione; fans della mobilità articolare che si mobilizzano in modo perpetuo, come se le loro articolazioni necessitassero un bagno costante di fluido sinoviale.

Tutti questi comportamenti patologici derivano essenzialmente da false credenze, legate a spiegazioni sul perché certe terapie hanno funzionato per loro. Queste teorie si sviluppano intorno al concetto che hanno corretto “un problema all’interno di un altro problema” invece di avere risolto temporaneamente la sensibilità del sistema nervoso.

La morale è che queste false convinzioni, non importa quanto piccole siano, sono come virus: sono multiple, si passano ad altri, mutano in forme più pericolose e possono eventualmente causare una malattia.

Non lasciamo che si diffondano!

3. La verità conta

La verità ha un valore inerente, anche quando l’applicazione pratica non è così immediatamente ovvia. La conoscenza è sempre potente: per te, i tuoi pazienti e l’intera comunità.

Non sappiamo ancora esattamente perché le persone abbiano dolore cronico e quale sia il modo migliore per trattarlo. Anche se la conoscenza non è stata ancora creata, questo non significa che sia inutile apprendere di più. Ogni passo indietro dalla disinformazione e dalla confusione è un passo verso la direzione della verità.

Affrontiamolo. La verità è buona, l’ignoranza no! Ecco alcune frasi di personalità brillanti che avvalorano questo concetto.

“Tutti i mali sono causati da una mancanza di conoscenza”

David Deustch

“Penso che sia più interessante vivere senza sapere che avere risposte che potrebbero essere sbagliate”

Richard Feynman

“Non è quello che non sai che ti mette nei guai. È quello che sai per certo che non è così”.

Mark Twain

 “La verità rende liberi ma prima ti farà incazzare”

Joe Klaas

 

Grazie ai miei lettori e follower che sono pensatori, scettici, e senza paura a seguire dove l’evidenza conduce.

Todd Hargrove

Articolo tradotto dal blog Better Movement di Todd Hargrove

https://www.bettermovement.org/blog/2015/three-reasons-it-matters-why-a-treatment-works

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